Meta e sentimento nella scalata

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La vetta è senza dubbio una meta a suo modo esclusiva ma caricandola d’eccessivo valore simbolico si rischia di limitare una più vasta esperienza spirituale, che non può soltanto essere riconducibile ad un unico spazio fisico. Fin dai miei primi passi in verticale compresi l’importanza del “viaggio”, ovvero di quell’insieme di sensazioni per raggiungere la “meta”. La “meta” divenne per me l’obiettivo di un’esperienza fisico-spirituale che poteva concretizzarsi sia attraverso un’ascensione che terminava con il raggiungimento di una cima, sia con la scalata di pareti “senza vetta”. ” (p. 15)

Marco Blatto scrive con la stessa armonia con cui arrampica: entrambe dimostrano profonda conoscenza e passione in ciò che fa. Nei suoi gesti c’è una componente estetica ed artistica che esula dal semplice esercizio stilistico o dalla performance sportiva.

Nel suo quaderno si legge di un’etica rivolta all’alpinismo che si può riflettere nel quotidiano che ognuno di noi sceglie di vivere: non barare, agire con i propri mezzi, lealmente. L’azione non fine a se stessa, ma proiettata verso una continua esperienza del sentire. Rischio, incognita e difficoltà fanno parte del gioco e sono i fattori determinanti, questa volta non naturali, che legittimano il “viaggio” e la piena espressione del “sentimento della meta“. E’ così che l’autore stabilisce un contatto fisico e spirituale con la montagna, fondendosi con essa.

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